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I NICELLI
Famiglia storica bettolese

STEFANO NICELLI : UN UOMO, UNA STORIA, UNA VALLE, EREDE DELLA PIU' POTENTE FAMIGLIA NOBILIARE DI VAL NURE.

DA DOMINUS DI BETTOLA E LA VAL NURE ALLA DECAPITAZIONE NELLA CITTADELLA VISCONTEA DI PIACENZA.

28 MARZO 1539.

483 ANNI DOPO LA SUA MORTE RIMANGONO MOLTE DOMANDE SENZA RISPOSTA:

Costanza Farnese signora di Castell' Arquato lo voleva morto?

Fu un intrigo internazionale per permettere la nascita del futuro ducato di Piacenza e Parma?

Fu tradito anche dalla agnazione dei Nicelli e dai vari rami familiari?

Fu un omicidio di stato orchestrato dalle gerarchie ecclesiastiche?

Una mia indagine storica prova a far luce sui quei lontani eventi sanguinosi.

Il legame della nobile famiglia dei Nicelli, con la Val di Nura( Val Nure) e Bettola, fu sempre molto forte, una valle la nostra che non venne mai infeudata ad alcuno, ma che comunque dovette sempre nel bene e nel male fare i conti con diversi clan familiari ( Camia, Scribani, Chinelli, Cavanna, Colombo, Rocca, Cavalli, ecc) tra cui il più potente ed organizzato, quello dei Nicelli, almeno a partire dal XV al XVI secolo. Uno dei più noti rappresentanti dei Nicelli nei numerosi e divisi rami familiari di questa famiglia fu sicuramente Stefano figlio di Antonio Maria Nicelli e Caterina Camia Chinelli, il cui nonno paterno Stefano Nicelli era stato uno tra i fondatori del primo nucleo rurale bettolese, nonchè entrambi discendenti da Bertolino Nicelli fratello di Cabrino ambedue condottieri che militarono nelle milizie soldatesche in epoca viscontea, mettendo le loro armi al servizio del Duca di Milano contro i genovesi. Stefano Nicelli fu sicuramente il maggiore "Dominus" di Bettola e la Val Nure, riuscendo a soppiantare nel controllo del mercato ( 1534) di Bettola e tutte le attività ad esso connesse nei traffici di uomini e merci che transitavano nella valle da e per la Liguria orientale, l'altro ramo dell'agnazione nicellesca facente capo al cugino Ottone Nicelli, fallendo per poco anche l'obbiettivo di riuscire a sottrarre ad Ottone anche la giurisdizione di Reate ( Ferriere) e le sue miniere, se non fosse che il malcapitato Stefano venne decapitato nella cittadella viscontea su ordine del governatore di Piacenza al momento sotto il controllo pontificio. Stefano con la moglie Caterina Nicelli figlia di Cristoforo, si divideva tra le sue due residenze, quella del fortilizio di Collignola di Vigolo a pochi chilometri da Bettola e l'antica magione del nonno Stefano che dava direttamente sul grande mercato bettolese, prendendone simbolicamente l'eredità morale ed il lustro nobiliare; Stefano Junior inoltre oltre a controllare tutti i traffici mercatali, si divideva anche nella gestione di terreni e proprietà sparsi un pò in tutta la Val Nure, come ad esempio il castello di Boli, che era posto a monte dell'attuale località di Farini lungo un tragitto che portava nella terra dei conti Landi di Bardi, quindi alla Lunigiana, una via dalla forte valenza strategica e commerciale. Stefano Nicelli è anche ricordato come il fondatore della Nove Betule ( nuova Bettola) dopo che diverse e disastrose alluvioni del Nure ( 1522,1530,1538) distrussero gran parte di quella che allora ancora non era l'attuale Bettola, ma bensì era composto, sulla sponda destra dalla "Plana de Granellis et nunc appellatur Betule" e San Giovanni di Revigozzo sulla sponda sinistra, le due località erano collegate da una semplice passarella in legno sulla quale per passare occorreva pagare dazio, ( ai Nicelli) spesso e volentieri alle prime piene del torrente veniva distrutta! Stefano a sue spese fece eseguire costosi lavori di arginatura della Nura ( quasi tutti i fiumi erano espressi con desinenza al femminile) ricostruendo molti beni andati distrutti, ridando così un minimo di sicurezza, riattivando anche diverse attività commerciali del paese. Per la Nuova Bettola inoltre identificò anche ventuno nuovi lotti ( anche procedendo ad espropri di terreno in virtù della sua posizione dominante: ad esempio togliendo terre alle famiglie dei Poggi e dei Banti ) da concedere a vari affittuari su cui costruire nuove abitazioni in una posizione più sicura dagli straripamenti del Nure, in una zona che all'epoca si chiamava " il giardino della torre di Giobbe" una area prativa posta non lontano dall'attuale chiesa di San Bernardino nella borgata bettolese alla destra del torrente Nure. Il 28 marzo del 1539 il governatore di Piacenza Nicolò Fanfara fece decapitare ed esporre al pubblico ludibrio nella cittadella piacentina ( attuale area cortilizia di palazzo Farnese in piazza Cittadella a Piacenza) Stefano Nicelli il quale si era presentato al legato pontificio il cardinale Giovanni Maria Dal Monte ( futuro papa Giulio III ) per presentare una supplica, ma fu arrestato, nonostante godesse di un salvacondotto. Questa terribile sentenza di morte nei confronti del Nicelli suscitò nei contemporanei, molte perplessità e dubbi alimentando forti sospetti sulla veridicità delle accuse mosse nei confronti di Stefano, testimoniate da un cronista dell'epoca Anton Francesco Villa che trovò strana la partenza del potente legato pontificio il già menzionato Dal Monte diretto nella città di Parma e che quindi in sua assenza il governatore Fanfara non ascoltando le preghiere di molti nobili piacentini e non chiedendo ulteriori lumi a Roma all' autorità papale fece decapitare il Nicelli. Ci fu inoltre un altro fatto che il Villa espone, egli narra che i nemici come Gilberto Camia e Alfonso Malvicini Fontana di Stefano felici per l'accaduto raccolsero dei denari per ricompensare il governatore, ma che questi li rifiutò. Ulteriore stranezza fu data dalla missiva che il cardinale Dal Monte inviò due giorni prima dell' esecuzione del Nicelli al commissario della Val Nure Aspera per informarlo della sua intenzione di andare a Parma, avvertendo che Stefano Nicelli sarebbe rimasto in carcere a disposizione del governatore di Piacenza per le sue grandi colpe e che sarebbe stato punito secondo giustizia, accusandolo di avere commesso crimini ed omicidi di ogni genere. Risulta evidente che al momento in cui fu spedita la lettera al commissario pontificio di Val Nure, tutto era già stato deciso e la sorte del Nicelli già segnata, come è inusuale che un legato pontificio dello spessore del Dal Monte avverta della sua partenza un semplice funzionario di valle, quindi quasi a volersi sgravare della responsabilità dell'esecuzione capitale di Stefano Nicelli, lasciando quindi agire in completa autonomia il governatore di Piacenza. Altri due fatti poi concordano con le sospette circostanze già evidenziate, la prima era che già da diverso tempo era stata chiesta la grazie alle autorità pontificie per tutti i crimini commessi dagli homines e i nobili, della Val Nure, grazia che poi fu concessa appena due settimane dopo la decapitazione del Nicelli, la seconda fu data dal fatto che il 28 marzo 1539( il giorno stesso dell'esecuzione di Stefano) tempestivamente e molto stranamente Giovanni Antonio Nicelli del ramo della famiglia di Coli si presentò dinnanzi all' Aspera ( commissario pontificio di Val Nure) nella torre di Bettola presentando giuramento di fedeltà alle autorità pontificie stesse. Che le più alte gerarchie ecclesiastiche erano ben consapevoli e forse anche colpevoli della morte di Stefano Nicelli fu anche probabilmente dimostrato da un ulteriore missiva che il cardinale Dal Monte inviò al Cardinale Alessandro Farnese vicecancelliere dello stato della chiesa dandogli notizia che il Nicelli era stato decapitato elencando le numerose colpe ( a loro dire) attribuite al condannato ( omicidi, rapine, incendi, ribellioni, seduzione di numerose donne che andavano al mercato ecc); dai documenti non si evincono i responsabili della condanna, così come non si conobbe mai il movente. Le presunte violenze perpetrate nei confronti di malcapitate contadine non erano all'epoca motivo sufficiente per condannare un nobile al patibolo; forse tutto ciò fu il frutto di un'abile manovra di corruzione e gelosie scaturite all'interno della Val Nure agitata ad arte dalle mire espansionistiche dei Farnese, ( si narra che Costanza Farnese figlia di Papa Paolo III signora di Castello Arquato volesse impadronirsi della Val Nure, eliminando Stefano Nicelli) legata anche ad un probabile intrigo "internazionale" frutto del coinvolgimento di Stefano in questioni politico-militari che in quel periodo storico interessavano le città di Piacenza e Parma ed al nascente nuovo Ducato che sarebbe poi stato assegnato al figlio di Papà Paolo III Farnese Alessandro. Certamente Stefano Nicelli fu anche eliminato per i suoi tentativi di espandere la sua zona di influenza oltre i confini di valle essendo lui sicuramente un uomo, ricco, astuto ed ambizioso, venne anche abbandonato dalla agnazione e dai rami familiari nicelleschi, da molti valligiani e dalle autorità pontificie, che molto velocemente dimenticarono le prove di fedeltà del Nicelli, come ad esempio quando ci fu l' assalto al castello di Vigolo ( Bettola) che era sede del commissario papale da parte di alcune parentele locali ( Camia in primis) in cui egli prese le difese del funzionario a fianco delle autorità pontificie nella difesa dell' ordine e della legge. Seppur questa partita storica fosse stata giocata in uno scacchiere politico locale rimane comunque il sospetto che l' esecuzione capitale del Nicelli sia stata ordita alla stregua di un omicidio di stato dalle gerarchie pontificie ai massimi livelli. Ci fu solo una tardiva vendetta da parte dell'agnazione dei Nicelli che portò morte e distruzione in valle ( si ricorda l'uccisione e scuoiamento di Giovanni Camia detto il grosso sotto quello che ancora oggi si chiama il ponte dei Barbaroni all' ingresso di Bettola) ma fu solo vendetta in parte, in realtà i motivi della rivolta furono ben altri.

STEFANO NICELLI DA DOMINUS DI BETTOLA E LA VAL NURE ALLA DECAPITAZIONE NELLA CITTADELLA VISCONTEA DI PIACENZA.

28 MARZO 1539.

Il legame della nobile famiglia dei Nicelli, con la Val di Nura( Val Nure) e Bettola, fu sempre molto forte, una valle la nostra che non venne mai infeudata ad alcuno, ma che comunque dovette sempre nel bene e nel male fare i conti con diversi clan familiari ( Camia, Scribani, Chinelli, Cavanna, Colombo, Rocca, Cavalli, ecc) tra cui il più potente ed organizzato, quello dei Nicelli, almeno a partire dal XV al XVI secolo. Uno dei più noti rappresentanti dei Nicelli nei numerosi e divisi rami familiari di questa famiglia fu sicuramente Stefano figlio di Antonio Maria Nicelli e Caterina Camia Chinelli, il cui nonno paterno Stefano Nicelli era stato uno tra i fondatori del primo nucleo rurale bettolese, nonchè entrambi discendenti da Bertolino Nicelli fratello di Cabrino ambedue condottieri che militarono nelle milizie soldatesche in epoca viscontea, mettendo le loro armi al servizio del Duca di Milano contro i genovesi. Stefano Nicelli fu sicuramente il maggiore "Dominus" di Bettola e la Val Nure, riuscendo a soppiantare nel controllo del mercato ( 1534) di Bettola e tutte le attività ad esso connesse nei traffici di uomini e merci che transitavano nella valle da e per la Liguria orientale, l'altro ramo dell'agnazione nicellesca facente capo al cugino Ottone Nicelli, fallendo per poco anche l'obbiettivo di riuscire a sottrarre ad Ottone anche la giurisdizione di Reate ( Ferriere) e le sue miniere, se non fosse che il malcapitato Stefano venne decapitato nella cittadella viscontea su ordine del governatore di Piacenza al momento sotto il controllo pontificio. Stefano con la moglie Caterina Nicelli figlia di Cristoforo, si divideva tra le sue due residenze, quella del fortilizio di Collignola di Vigolo a pochi chilometri da Bettola e l'antica magione del nonno Stefano che dava direttamente sul grande mercato bettolese, prendendone simbolicamente l'eredità morale ed il lustro nobiliare; Stefano Junior inoltre oltre a controllare tutti i traffici mercatali, si divideva anche nella gestione di terreni e proprietà sparsi un pò in tutta la Val Nure, come ad esempio il castello di Boli, che era posto a monte dell'attuale località di Farini lungo un tragitto che portava nella terra dei conti Landi di Bardi, quindi alla Lunigiana, una via dalla forte valenza strategica e commerciale. Stefano Nicelli è anche ricordato come il fondatore della Nove Betule ( nuova Bettola) dopo che diverse e disastrose alluvioni del Nure ( 1522,1530,1538) distrussero gran parte di quella che allora ancora non era l'attuale Bettola, ma bensì era composto, sulla sponda destra dalla "Plana de Granellis et nunc appellatur Betule" e San Giovanni di Revigozzo sulla sponda sinistra, le due località erano collegate da una semplice passarella in legno sulla quale per passare occorreva pagare dazio, ( ai Nicelli) spesso e volentieri alle prime piene del torrente veniva distrutta! Stefano a sue spese fece eseguire costosi lavori di arginatura della Nura ( quasi tutti i fiumi erano espressi con desinenza al femminile) ricostruendo molti beni andati distrutti, ridando così un minimo di sicurezza, riattivando anche diverse attività commerciali del paese. Per la Nuova Bettola inoltre identificò anche ventuno nuovi lotti ( anche procedendo ad espropri di terreno in virtù della sua posizione dominante: ad esempio togliendo terre alle famiglie dei Poggi e dei Banti ) da concedere a vari affittuari su cui costruire nuove abitazioni in una posizione più sicura dagli straripamenti del Nure, in una zona che all'epoca si chiamava " il giardino della torre di Giobbe" una area prativa posta non lontano dall'attuale chiesa di San Bernardino nella borgata bettolese alla destra del torrente Nure. Il 28 marzo del 1539 il governatore di Piacenza Nicolò Fanfara fece decapitare ed esporre al pubblico ludibrio nella cittadella piacentina ( attuale area cortilizia di palazzo Farnese in piazza Cittadella a Piacenza) Stefano Nicelli il quale si era presentato al legato pontificio il cardinale Giovanni Maria Dal Monte ( futuro papa Giulio III ) per presentare una supplica, ma fu arrestato, nonostante godesse di un salvacondotto. Questa terribile sentenza di morte nei confronti del Nicelli suscitò nei contemporanei, molte perplessità e dubbi alimentando forti sospetti sulla veridicità delle accuse mosse nei confronti di Stefano, testimoniate da un cronista dell'epoca Anton Francesco Villa che trovò strana la partenza del potente legato pontificio il già menzionato Dal Monte diretto nella città di Parma e che quindi in sua assenza il governatore Fanfara non ascoltando le preghiere di molti nobili piacentini e non chiedendo ulteriori lumi a Roma all' autorità papale fece decapitare il Nicelli. Ci fu inoltre un altro fatto che il Villa espone, egli narra che i nemici come Gilberto Camia e Alfonso Malvicini Fontana di Stefano felici per l'accaduto raccolsero dei denari per ricompensare il governatore, ma che questi li rifiutò. Ulteriore stranezza fu data dalla missiva che il cardinale Dal Monte inviò due giorni prima dell' esecuzione del Nicelli al commissario della Val Nure Aspera per informarlo della sua intenzione di andare a Parma, avvertendo che Stefano Nicelli sarebbe rimasto in carcere a disposizione del governatore di Piacenza per le sue grandi colpe e che sarebbe stato punito secondo giustizia, accusandolo di avere commesso crimini ed omicidi di ogni genere. Risulta evidente che al momento in cui fu spedita la lettera al commissario pontificio di Val Nure, tutto era già stato deciso e la sorte del Nicelli già segnata, come è inusuale che un legato pontificio dello spessore del Dal Monte avverta della sua partenza un semplice funzionario di valle, quindi quasi a volersi sgravare della responsabilità dell'esecuzione capitale di Stefano Nicelli, lasciando quindi agire in completa autonomia il governatore di Piacenza. Altri due fatti poi concordano con le sospette circostanze già evidenziate, la prima era che già da diverso tempo era stata chiesta la grazie alle autorità pontificie per tutti i crimini commessi dagli homines e i nobili, della Val Nure, grazia che poi fu concessa appena due settimane dopo la decapitazione del Nicelli, la seconda fu data dal fatto che il 28 marzo 1539( il giorno stesso dell'esecuzione di Stefano) tempestivamente e molto stranamente Giovanni Antonio Nicelli del ramo della famiglia di Coli si presentò dinnanzi all' Aspera ( commissario pontificio di Val Nure) nella torre di Bettola presentando giuramento di fedeltà alle autorità pontificie stesse. Che le più alte gerarchie ecclesiastiche erano ben consapevoli e forse anche colpevoli della morte di Stefano Nicelli fu anche probabilmente dimostrato da un ulteriore missiva che il cardinale Dal Monte inviò al Cardinale Alessandro Farnese vicecancelliere dello stato della chiesa dandogli notizia che il Nicelli era stato decapitato elencando le numerose colpe ( a loro dire) attribuite al condannato ( omicidi, rapine, incendi, ribellioni, seduzione di numerose donne che andavano al mercato ecc); dai documenti non si evincono i responsabili della condanna, così come non si conobbe mai il movente. Le presunte violenze perpetrate nei confronti di malcapitate contadine non erano all'epoca motivo sufficiente per condannare un nobile al patibolo; forse tutto ciò fu il frutto di un'abile manovra di corruzione e gelosie scaturite all'interno della Val Nure agitata ad arte dalle mire espansionistiche dei Farnese, ( si narra che Costanza Farnese figlia di Papa Paolo III signora di Castello Arquato volesse impadronirsi della Val Nure, eliminando Stefano Nicelli) legata anche ad un probabile intrigo "internazionale" frutto del coinvolgimento di Stefano in questioni politico-militari che in quel periodo storico interessavano le città di Piacenza e Parma ed al nascente nuovo Ducato che sarebbe poi stato assegnato al figlio di Papà Paolo III Farnese Alessandro. Certamente Stefano Nicelli fu anche eliminato per i suoi tentativi di espandere la sua zona di influenza oltre i confini di valle essendo lui sicuramente un uomo, ricco, astuto ed ambizioso, venne anche abbandonato dalla agnazione e dai rami familiari nicelleschi, da molti valligiani e dalle autorità pontificie, che molto velocemente dimenticarono le prove di fedeltà del Nicelli, come ad esempio quando ci fu l' assalto al castello di Vigolo ( Bettola) che era sede del commissario papale da parte di alcune parentele locali ( Camia in primis) in cui egli prese le difese del funzionario a fianco delle autorità pontificie nella difesa dell' ordine e della legge. Seppur questa partita storica fosse stata giocata in uno scacchiere politico locale rimane comunque il sospetto che l' esecuzione capitale del Nicelli sia stata ordita alla stregua di un omicidio di stato dalle gerarchie pontificie ai massimi livelli. Ci fu solo una tardiva vendetta da parte dell'agnazione dei Nicelli che portò morte e distruzione in valle ( si ricorda l'uccisione e scuoiamento di Giovanni Camia detto il grosso sotto quello che ancora oggi si chiama il ponte dei Barbaroni all' ingresso di Bettola) ma fu solo vendetta in parte, in realtà i motivi della rivolta furono ben altri.

testi di Boiardi Roberto.

Bibliografia: Nascita di un disordine, una famiglia signorile e una valle piacentina tra XV e XVI di Daniele Andreozzi.

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